Che cos’è la celiachia

La celiachia è una malattia sistemica immuno-mediata provocata dall’assunzione di glutine in persone geneticamente predisposte. Il fattore comune a tutte le persone celiache è la presenza di manifestazioni cliniche glutine-dipendenti, specifici autoanticorpi (anti-transglutaminasi tissutale/anti-endomisio), aplotipo HLA-DQ2 e/o DQ8 ed enteropatia di grado variabile.

La celiachia è una patologia multifattoriale, il cui meccanismo patogenico – nonostante i continui progressi in campo medico-scientifico – è tuttora sconosciuto.
È il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici e fattori ambientali.
Il più importante fattore genetico è l’HLA, Human Leucocyte Antigens (antigeni umani leucocitari): la celiachia è associata all’HLA-DQ2 e all’HLA-DQ8.
Il fattore esogeno fondamentale nella patogenesi della malattia celiaca è rappresentato dal glutine contenuto nei cereali.

Nelle persone celiache la risposta immunitaria alla gliadina provoca una reazione infiammatoria con produzione di autoanticorpi e danneggiamento della parete intestinale. Le tracce di peptidi derivanti dal glutine quando vengono a contatto con le antigen-presenting cells (APC) della lamina propria intestinale attivano – nelle persone DQ2 o DQ8 positive – una eccessiva risposta immunitaria che causa l’enteropatia tipica della celiachia (atrofia dei villi intestinali con ipertrofia delle cripte).

La celiachia è un’intolleranza non un’allergia. Infatti, mentre le allergie sono reazioni immunitarie che si manifestano al contatto attraverso la formazione di anticorpi specifici chiamati IgE e possono manifestarsi immediatamente e spesso violentemente in seguito all’ingestione di specifici alimenti, le intolleranze sono reazioni determinate dall’ingestione di un alimento o di un suo componente che hanno manifestazioni di solito non immediate e per lo più a carico dell’apparato digerente.
In passato la prevalenza della celiachia in Europa era stimata intorno a 1:1000, oggi – considerando la notevole variabilità e differenziazione del quadro clinico – questo dato è notevolmente aumentato, ritenuto intorno a 1:100-300 e riguarda circa l’1% della popolazione generale con tassi di prevalenza e di incidenza variabili da Paese a Paese.

La storia

In origine l’uomo non si nutriva di alimenti contenenti glutine. Per migliaia di anni la carne ha rappresentato la principale fonte di nutrizione.
Circa 10.000 anni fa, l’uomo cominciò a praticare l’agricoltura in una piccola area del sud est asiatico, chiamata “Mezzaluna Fertile”, situata tra i fiumi Tigri ed Eufrate, che offriva condizioni ambientali ottimali per la coltivazione delle forme primitive del frumento e dell’orzo. Queste coltivazioni, indubbiamente differenti da quelle moderne, erano prevalentemente basse, con pochi grani e probabilmente a basso contenuto di glutine.
Nel corso di migliaia di anni, tali coltivazioni si estesero verso l’area del Mediterraneo e del Nord Europa, ed i cereali assunsero un ruolo fondamentale nella dieta, vennero progressivamente selezionati sulla base delle migliori caratteristiche adattabili alla panificazione e il loro contenuto di glutine fu, di conseguenza, potenziato.

Nel II secolo a.C. il medico greco Areteo di Cappadocia fornì la prima descrizione clinica della celiachia, usando il termine greco koiliakòs, (lett. “sofferente di male al ventre”) per presentare la condizione di un suo paziente che soffriva di male all’addome. Diciassette secoli dopo, nel 1888, attraverso la pubblicazione di Samuel Gee “On the Coeliac Affection”, la celiachia acquisì una precisa definizione nosologica.
Negli anni ‘50 del secolo scorso, il pediatra olandese Willem Dicke osservò che in Olanda varie forme di malassorbimento più o meno gravi, avevano subìto una significativa riduzione negli anni della Seconda Guerra Mondiale (durante i quali c’era stata una considerevole diminuzione dell’uso dei cereali, e in particolare del pane), mentre erano ricomparse in modo considerevole in seguito agli aiuti Inglesi e Americani attraverso l’«Operation Manna» del 1945.
Dicke e i suoi collaboratori, basandosi sulle evidenze epidemiologiche e osservando che i pazienti presentavano un netto miglioramento del quadro sintomatologico quando i cereali venivano esclusi dalla dieta, individuarono nelle farine un fattore tossico di natura proteica come unico responsabile dell’insorgenza della malattia celiaca.
Soltanto alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso, in seguito all’invenzione dello strumento in grado di eseguire la biopsia duodenale, è stato possibile stabilire una connessione tra l’appiattimento della mucosa intestinale e la malattia celiaca.

LA CELIACHIA IN VIDEO

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