La celiachia verso una prospettiva sociologica

By 18 Febbraio 2018Blog

La commensalità o rito del mangiare e di bere insieme (…) è chiaramente un rito di aggregazione, di unione propriamente materiale che si è denominato come un sacramento di comunione” (Van Gennep, 1909, 25).  Il cibo come fattore di convivialità e condivisione, il cibo legato a identità, tradizioni, riti, festeggiamenti, ricorrenze: è  evidente la sua valenza socio-culturale. Soprattutto per noi italiani, paladini nel mondo di pasta e pizza. Purtroppo, c’è chi, per tutelare la propria salute, deve evitare assolutamente certi cibi. È il caso dei celiaci. Da ben distinguere dalle scelte libere, volontarie e consapevoli di vegetariani e vegani, fino alla recente tendenza del consumo d’insetti.

Che cos’è la celiachia?

La celiachia è un’infiammazione cronica dell’intestino tenue scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti predisposti (definizione tratta da www.celiachia.it, sito dell’AIC, Associazione Italiana Celiachia). Il glutine si trova prevalentemente nei cereali, quali frumento, orzo, segale, farro e relative farine. Se non diagnosticata in tempo, possono determinarsi conseguenze molto gravi come il non corretto assorbimento delle sostanze nutritive e l’atrofia dei villi intestinali. Solo negli anni ’80, grazie a diversi studi a livello mondiale, è stato possibile comprendere meglio la patologia. Tutto ciò come si traduce a livello pratico? Il celiaco deve seguire una corretta educazione alimentare: semplificando, deve evitare pastapanepizzapaninimerendine. O meglio, si possono realizzare queste ricette, ma con appositi ingredienti privi di glutine (gluten free).

Una malattia sociale

Finché si tratta di consumare pasti nel proprio ambiente domestico, non sorgono particolari problemi; le difficoltà emergono nel momento in cui si mangia fuori casa. Modificare l’alimentazione di un individuo equivale ad intervenire sulle sue abitudini relazionali. L’antropologo inglese Radcliffe-Brown (1922) sottolineava la funzione del cibo come catalizzatore della socializzazione degli individui. Secondo Audrey Richards (1932, 1937, 1939), l’alimentazione aveva un peso importante nella determinazione delle forme della società: il bisogno di alimentarsi spingeva ad assumere comportamenti in favore della costruzione di unità stabili come famiglia e comunità. La celiachia può essere intesa come vera e propria malattia sociale, ovvero concerne ambiti come scuola, lavoro, tempo libero, strutture sanitarie, in generale, la quotidianità. Essa dev’essere analizzata seguendo un’ottica multidimensionale, visto che determina forti ripercussioni a livello bio-organico e psico-sociale (Cipolla, Maturo, 2008).

Il ruolo dell’informazione

In Italia, nel 2015, i celiaci risultavano essere 182.858 di cui 129.225 donne e 53.633 uomini. Nel 2007, le diagnosi si attestavano a 64.398 (Fonte: Ministero della salute, 2015). A quali cause è dovuto tale aumento? Esistono fattori relativi alla predisposizione genetica, ma incidono anche quelli ambientali. La celiachia può colpire un adolescente, un adulto o un anziano: può insorgere in qualsiasi momento della vita. Esistono test specifici, anche se i sintomi possono essere confusi con altri disturbi. In base alla legge 123/2005, “Norme per la tutela delle persone affette da celiachia” (stabilisce i diritti fondamentali per il celiaco, favorendone l’inserimento nella vita sociale), le mense scolastiche, ospedaliere, pubbliche devono garantire un pasto senza glutine; inoltre prevede la formazione e l’aggiornamento di tutti gli operatori del settore alimentare attraverso corsi specifici. Infine sancisce il diritto all’informazione relativo al foglietto illustrativo dei medicinali, in modo che un soggetto celiaco sappia se può utilizzarli o meno. A onor del vero,  tra legge e inerente applicazione, appare un divario che dev’essere colmato nella pratica. Ancora oggi c’è chi confonde la celiachia con altre tendenze/mode alimentari: l’informazione gioca un ruolo fondamentale.

Gluten free

La dicitura “senza glutine” può apparire in etichetta solo per gli alimenti che hanno un contenuto in glutine inferiore alle 20 parti per milione (ppm) o che sono stati prodotti presso stabilimenti autorizzati dal Ministero della Salute (Decreto Legislativo n. 111/92). Ciò significa che basta una minima quantità di glutine per provocare malesseri e danni fisici. Dal 1979, l’Associazione Italiana Celiachia pubblica il prontuario degli alimenti che raccoglie un’ampia scelta di cibi ritenuti a minor rischio di contaminazione da glutine. Grazie al Decreto Legislativo n. 114/2006 (Decreto Allergeni) e successive modificazioni, sono state attuate alcune direttive comunitarie in materia di etichettatura dei prodotti alimentari, in particolare, la direttiva 2003/89/CE tutela i consumatori che soffrono di allergie o intolleranze alimentari, fornendo loro le informazioni necessarie per conoscere l’esatta composizione di ciò che mangiano.

Contro l’esclusione sociale

Il modello ESA (Corposanto 2008, 2011; Cipolla, Maturo 2008) permette di analizzare appieno la celiachia. Esso integra la triade diseaseillnesssickness (Twaddle 1968): per disease s’intende uno stato oggettivo-medico di malfunzionamento organico; illness è la condizione di sofferenza; sickness si riferisce all’attribuzione del ruolo di malato da parte della società. Maturo (2007) ha aggiunto due elementi al modello, poi definito Penta: illness esperita come causa di dolore, sofferenza, ansia, a prescindere dalla presenza di danni fisici e sickscape in relazione alle rappresentazioni sociali della patologia comprese quelle fornite dai media. La sesta dimensione, sonetness (Corposanto 2008, 2011), comprende il danno sociale, ovvero la riduzione del capitale relazionale dovuta alla malattia. Concludendo, solo attraverso informazione, ricerche, integrazione, formazione continua, aggiornamenti, azioni pratiche e strumenti legislativi, la diversità determinata dalla celiachia non verrà più tradotta in esclusione sociale o vista con sospetto.

Fonte: Arianna Caccia – http://sociologicamente.it